alla fondazione bevilacqua la masa peter doig: immagini diversamente pensate

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La prima personale in Italia di Peter Doig è stata inaugurata alla Fondazione Bevilacqua La Masa in concomitanza con l’apertura della 56.Biennale d’Arte di Venezia.

La mostra a cura di Milovan Farronato e Angela Vettese, nella sede di Palazzetto Tito presenta tele di grande formato e quadri di formato piccolo. Alcuni sono quello che normalmente viene definito bozzetto, ma appare subito qualcosa di più intimo. Un tipo di immagine in stadio privato, che certo precede la stesura di una sua versione più grande, ma non la prepara. La aspetta. E nella pasta della pittura più fusa, presenta un cromatismo nettamente sfuocato, ma favorito alla nitidezza dell’impianto dell’immagine. Inoltre non tutti i quadri di piccolo formato hanno lo stessa temperatura emersiva, ma condividono quasi tutti l’attrazione dell’immaturità e dell’attesa di una buona idea che non ha la premura di mostrarsi. L’evoluzione verso il grande formato non appare come conseguente attività di esecuzione. Si attestano in qualcosa di più intimo, anche a costo di apparire crude, come dire disinteressate di essere instabili. Il nudo riprodotto nel manifesto e il ritratto sono probabilmente una scelta coraggiosa per un’esposizione che nelle sale più grandi presenta tele dalla temperatura ben calibrata e sicuramente di più facile risultato visivo se riprodotte e veicolate su carta stampata o via monitor

Le tele di grande dimensione sono realizzate appositamente per l’esposizione veneziana. La relazione fra loro non è diretta e i referenti a cui rimandano non rientrano in una facile coerenza. E’ la trama pittorica e le lacerazioni a rendere saldo lo stile dell’autore. Le citazioni dalla pittura non solo inglese sono intelligenti e corrette. I brani di emersione dei segni di un disegno tutt’altro che preparatorio, si dichiarano in superfice come filo di sutura di una pittura lasciata lacera, aperta al dubbio dell’inutilità della finitezza. Particolari che rimandano l’osservatore alla propria esperienza visiva in esplicita richiesta di partecipazione. Ai tratti e alle stesure è rilasciata la libertà di non corrispondersi. La responsabilità finale di un inconfessato non finito momentaneamente affidata al visitatore, torna nel quadro come sollevata. La necessita di essere rivisitata raggiunge la memoria solo dopo qualche minuto. Solo a una seconda tornata di ragionamento visivo cede il trattenere lo sguardo e lo spazio pop di immagini apparentemente casuali, ritorna a più strati, al pensiero che le ha generate. Ecco che si vede in parte come sono state praticate dal pittore. La leggerezza con cui si è dato nel chiuderle evitando al contempo l’inutile finzione dell’intrigante. Solo in un secondo momento la semplicità sorprendente dei toni chiari o squillanti lascia intuire irrevocabile il supporto. La necessità che non rientra nel contenuto. La semplicità apparente di immagini che sembra vengano suggerite perché trovate. Invece sono state diversamente pensate. 

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Dalla cartella stampa:

Peter Doig è nato a Edimburgo nel 1959 ed è cresciuto a Trinidad e in Canada, prima di stabilirsi a Londra nel 1979 per studiare pittura. Ha mantenuto uno stile di vita itinerante, vivendo tra Londra, New York, Trinidad e Düsseldorf, dove insegna all’Accademia d’Arte. Doig è stato finalista al Turner Prize nel 1994; è stato membro del consiglio di amministrazione della Tate dal 1995 al 2000, e nel 2008 è stato insignito del Premio Wolfgang Hahn Prize della Società d’Arte Moderna del Museum Ludwig di Colonia.

A Doig sono state dedicate diverse esposizioni in musei di tutto il mondo, tra cui si ricordano la rassegna organizzata dalla Tate Britain nel 2008 e la mostra No Foreign Lands; the critically lauded exhibition focused on recurrent motifs in Doig’s paintings, organizzata dalla Scottish National Gallery di Edimburgo e successivamente riallestita presso il Musée des Beaux-Arts a Montreal.