Santos Dìas – Giuseppe Vigolo/ Antonella Zerbinati sacred bullets, war of being

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 l’opera “Santos Dias” di Giuseppe Vigolo e Antonella Zerbinati 

 sarà esposta assieme alle lastre “Los Disastres de la Guerra” di Francisco Goya 

alla Calcografia Nazionale dell’Accademia Reale di San Fernando di Madrid

da Venerdì 26 Febbraio 2016 a Domenica 17 aprile 2016

inaugurazione ore 19:00

testo di gianluca d’incà levis

ma che cos’è l’arte, se non questo proiettile sottile del senso, e realmente incisivo a mettere, opposto in ciò alla cartuccia istantanea che solo toglie.

e, pur nella mallea relatività sua di scala (definitivo ma plastico, e in ciò offensivo delle inerzie, ecco l’intento critico del proiettile nostro: per fare, rifare: che nulla è già dato), veloce o lento, la gittata è la stessa, e diversa: mina riflessa del cervello, oasi propulsiva di pensiero e sensazione, rompe i blocchi, muove lo spazio.

wInvito

quindi l’artista è un combattente, non un pacificatore. risuonano potenti, i fragori dell’arte, dacchè l’uomo inziò ad erigere i primi edifici -complessi- della propria coscienza, spirituale e razionale, slanciandola per le terre e per i cieli. le esplosioni dell’arte sono violente, talvolta, estreme. altrove distendono paesaggi quieti sopra ai brani della realtà, ai suoi sensi ed ancestri, alle sue macerie e visceri, agli amniocoriali. le forme nuove dei pensieri -eterni o nei cicli d’archtipo- coincidono col rifiuto delle sentenze, cieche, e quindi col rinnovamento, indispensabile. così, ogni rinnovamento è cataclisma: inondazione della presenza, della cura, del senso. paesaggi talvolta quieti, abbiamo detto. quieti in apparenza, e invece mobili sempre. perchè un’altra cosa ch’è l’arte, è questo movimento, fermo. il movimento di ciò che è fermo. l’indispensabile fermezza nella coltivazione dello spazio, eccola. il movimento della montagna, ad esempio. che è solida quasieterna, nella prospettiva presente, minuscola, propria dell’uomo contemplativo, passivo – la paresi espressiva non è fermezza, saldo non è immoto. mentre non è che una polvere a venire, la montagna, da un’acqua che fu. come ci dicono le scienze prodigiose. che non sanno però saltare i fossi, e quella meraviglia parziale fa spesso allora solo la gabbia. ma, ancora, dove la meraviglia è espansa, integrale, e non un suo tenue barlume, ecco le canzoni d’assalto, e la mina che dona, ed a saltare è precisamente la gabbia.

esplosione dunque, eppur ferma, anche se non vuole -e mai lo vuole- definire e chiudere, ma aprire e domandare.

l’arte non può, né deve, generare le paci atrofiche, i rasserenamenti statici, le consolazioni estetiche, che fan l’illusione dell’uomo, di certo di quest’uomo qui, oggi, epidermico, papillare. è il giorno, contra alla notte di destouches, ed è il viaggio nel giorno del mondo, un viaggio che è del tutto immaginario: da qui la sua forza, che va dalla vita alla morte. uomini, bestie, città e cose: è tutto inventato (l.f.c., voyage, bout nuit). di più: è necessario -sapendolo- tutto sempre inventare -altrimenti ogni cosa sarebbe data per sempre- ma ciò non è possibile, perfino lo sa la storia.

proiettili copy

e dunque: se l’arte è una ricerca prima del senso, comprendendolo, già lo tiene in sé, liquido, come abbiamo detto, nel potenziale cataclismatico della sua riscossa. e il senso non è mai in quiete, ma lo scontro e la frizione delle parti, opposte, a far le brecce, alla caccia di scaturigini. nulla esiste di semplice, tranne che per i semplicetti: ogni cosa che ci pare semplice è l’esito di una battaglia campale, delle complessità gravi: semplificare la vita costa la vita, ecco ancora l’arte, ecco flaubert. le più grandi semplicità, sono le maschere tradotte delle abnormi, incomprensibili, complessità d’ogni cosa, spersa nei deserti clastici. se dunque, per non fermarsi, gli opposti devono esser fatti risuonare, raccolti nel vaso e scossi, mescolate le polveri ed accese, ecco che i santi possono e DEBBONO, precisamente, star sui proiettili, e dentro ad essi addirittura, sempre, gettando-in-avanti il proprio senso.

non c’è nulla, in quest’affermazione, di guerresco, nel senso spiccio dell’accezione brutale: è il senso qui a dar battaglia ai vuoti. non amiam la guerra!, né merope. quel sangue che stilla è l’appetito dell’uomo, la sua coazione carnale, non c’interessa ora, il biologismo: noi parliamo qui della fame e del ribollire del concetto e dell’essere, nella forma: della realtà del pensiero.

e dunque: una cassa, pulita e semplice, d’un chiaro legno, è l’altare scatolare che porta il calendario armato dei santi, le rappresentazioni dei 366 numi dell’anima, graffiati lucidi, nel risalto iconico, in urna col berceau. i santi son la vita, la loro carica positiva vien trasposta sul vettore d’esplosione, uso a togliere, distruggere, smembrare.

la guerra attenzione e vaglio, che apre dunque, effigiata sul bossolo lisciotornito (che usa chiudere in frantumi): la coincidenza delle attitudini inverse, che genera il contrasto critico, mordace (alla maniera nera, a mordere la lastra, esaltando le barbe di luce).

la teoria dei proiettili qui, che non van più alla bandoliera, ad armar le mitraglie, e invece stanno, uno accanto all’altro, dritti come fusi testimoniali, a raccontare la storia di una cultura, la storia degli uomini, che si compie tra il dare e il togliere, il creare e il distruggere, l’amar dio e il resto, e l’uccidere, per dio.

i santi armigeri, vigili guardiani sempredesti, comeaffacciati qui sulla soglia, spalto, ad armar l’obice in tiro, e in realtà contenuti dalla camera stretta del razzo, senza feritoie, che non gli è rifugio e piuttosto garritta, pronto all’incandescenza (l’oro, anche, prelude a favilla). e stan coi piedi ben saldi nelle polveri d’innesco, che son loro, soli, a poter muovere. le polveri miti (i santi, no).

e l’opulenza del supporto. il netto del nero sull’oro. l’oro dei santi di dio e la tradizione antica d’icona, la battaglia, lo scatenamento dialettico degli opposti, dure le forme venerande, applicate alle superfici levigate preziose delle pale convesse da guerra, sicure.

oro acceso che divampa, ricchezza prodigiosa dei missili allineati, il potenziale balistico dell’ordine a schiera, potenziale transumano e umano, che è l’arte, che accende e infoca e arma, la mente che cerca, e sa gestire la tecnica dei maestri antichi, con le fratture sinaptiche degli uomini nuovi, che vengono ora e ancora nella storia, a fissarne gli atomi, scavar le radici, dando loro le forme perfette del missile, che è il pensiero appuntito che vuole andar diritto e pieno e forte, che penetra il muro molle della ieraticità del concetto atrofico, esplodendo sempre le luci nel cielo. ed ogni cielo è in un grande buio compreso. ogni cielo nella scatola scura. ed è chiaro come questi santi- proiettili abbian traiettorie, aeree, ampie, aperte, curve; multiple, e circolari, che tornano.

e non son fatti per esser scagliati contro un bersaglio uno. tornare: è l’esserci, persistente, che riflette. i colpi sacri, la guerra dell’esserci: è dire.

gianluca d’incà levis, borca di cadore, 5 gennaio 2016

wAccademia Reale di San Fernando di Madrid

articolo di Alberto Balletti e Marina Guarneri