Gianluca Rossitto: riflessione sulla perdita della conoscenza offuscata da simboli contemporanei

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Conosciamo Gianluca Rossitto da alcuni anni. Abbiamo condiviso visioni e azzardi e notizie dal mondo. La cosa principale che ha orientato le nostre riflessioni è stata la convinzione che nella riproducibilità delle immagini risiedano alcune possibili risposte. La leva va mossa tra la sedimentazione mnemonica delle figure iconiche e le soluzioni tecniche possibili per penetrare in quello spazio traverso che è regolato dalla riemersione del segno personale.

Gli abbiamo chiesto di parlarci del suo lavoro nell’ottica di un giovane artista contemporaneo, dell’importanza del ruolo relazionale con l’ambiente dell’arte in generale e con gli artisti in particolare.

La mia ricerca artistica si è gradualmente evoluta nel corso degli anni, dal campo della grafica incisoria tradizionale verso una concezione sperimentale e contemporanea della stampa. Mi occupo della stampa d’arte in tutte le sue forme e varianti, cercando di non restringere il mio campo d’azione al solo utilizzo di un’unica tecnica, ma cerco di utilizzare diversi media contemporaneamente: fotografia, incisione e disegno sono quelli che preferisco combinare di più.

Con una recente serie di stampe, (Chromatic Algorithms), ho cominciato a lavorare sulla decodifica di alcune immagini di quadri rinascimentali invitando alla riflessione sulla perdita della conoscenza offuscata da simboli contemporanei: ovviamente il confronto tra la cultura contemporanea e la memoria del passato artistico sono i punti chiave che spostano l’attenzione dalla tecnica al concetto di trasferimento, lavorando un’immagine già esistente e subito riconoscibile, offuscandola e ponendola in contesti diversi, muovendo tutta una serie di significati da un’ambientazione all’altra. Un’immagine trasferita non cambia solo in senso formale, ma varia notevolmente anche il suo senso concettuale, mutando il contesto di appartenenza dell’opera tutta; essa si carica di un nuovo significato e raggiunge un’idea di storia grazie alla contemporaneità dei nuovi media. Ciò che conta nel mio lavoro è, dunque, l’idea di dislocazione dal supporto originale e quindi la temporalità del soggetto, ma anche la sua neo-realizzazione.

Per quanto riguarda le relazioni con altri artisti, in questo momento sto prendendo parte ad un progetto collaterale alla Biennale di Soncino assieme ad altri due giovani artisti italiani emergenti: la comunicazione in casi come questo, può essere di sprono per il lavoro e utile momento di confronto, in altre situazioni, invece, può risultare difficoltosa perché, si sa, la competizione nell’ambito è forte, siamo in molti e lo spazio è ridotto.

Ci puoi dire qual’è la tua esperienza dal punto di vista dentro e fuori il “sistema” dell’arte e/o dentro e fuori l’Italia

Ho iniziato ad esporre dal 2009 durante gli anni dell’Accademia di Belle Arti a Venezia. In Italia, dall’interno del sistema accademico, grazie anche al buon lavoro dei docenti, è possibile coltivare delle esperienze espositive e in ambito artistico, utili e di crescita, ma al di fuori del sistema “scuola” emergere diviene al quanto più complesso. Nel mio caso, la vincita di una borsa di studio nel 2012, mi ha permesso di frequentare un Master alla Manchester School of Art (UK): ho iniziato così a confrontarmi con artisti europei e un altro concetto di arte, forse più aperto alla sperimentazione, e che affianca molto il processo ideativo alla buona tecnica. Rispetto alle esperienze in Italia, ho iniziato a ragionare professionalmente attorno al ruolo dell’artista, che è un professionista dell’arte, in grado di lavorare a tutto tondo sul concetto del proprio fare e su come farlo arrivare al pubblico. Ho potuto mettere in pratica queste conoscenze soprattutto durante la mia residenza come artista a New York, presso lo studio Lower East Side Printshop: la città, come noto, offre infinite opportunità basate su scale di merito e il lavoro dell’artista è centrale nella società. Se mi guardo indietro, tutte le esperienze, comprese quella avvenute in Italia, sono da ritenersi indispensabili, ma sono risultate forse più efficaci le attività svolte in ambito internazionale.

Raccontaci qualcosa dei tuoi progetti futuri

Per quanto riguarda il futuro sto cercando di rientrare in America come artista professionista; il sistema delle residenze d’arte e le sponsorizzazioni da parte di certi enti, sono probabilmente il canale migliore per incominciare una carriera. Attualmente continuo a lavorare in ambito nazionale attraverso esposizioni, premi e progetti, anche se molte delle mie energie sono rivolte ad un trasferimento all’estero. Tra le ultime iniziative a cui sto partecipando, c’è l’invito, da parte di una galleria Neozelandese, ad esporre il mio lavoro presentato come artista americano.
Per il resto mi auguro di continuare ad esporre e a lavorare nel mondo dell’arte.

Riguardo il tuo lavoro di artista raccontaci in breve come ti relazioni con la città di Venezia

Come già detto, sono artisticamente “nato” a Venezia, è una città a cui sono grato e in cui ho avuto la possibilità di intraprendere il mio percorso. Venezia, probabilmente è un esempio di duttilità internazionale: di per se è un porto di scambio artistico, che culmina a intervalli annuali attraverso le Biennali di Arte e Architettura. In queste occasioni è possibile aggiornarsi e prendere spunto per il proprio lavoro o almeno questo dovrebbe essere uno degli scopi per cui si va a vedere una Biennale. Attualmente infatti, la mia relazione con la città, è quella di osservatore, anche se continuo a mantenere vivi dei rapporti con l’Accademia di Belle Arti, per sviluppare progetti e proseguire il mio percorso di crescita.

Una battuta sulla 56th International Art Exhibition – la Biennale di Venezia

Quest’anno trovo che la 56° Mostra Internazionale d’Arte sia po’ “vuota di allegria”: il curatore Okwui Enwezor ha re-immaginato il contesto della Biennale come un luogo ossessionato dalla paura di un conflitto internazionale, tra motoseghe che pendono dal soffitto, machete che spuntano dal pavimento e troni fatti d’armi; mi sembra una riflessione troppo incentrata su “ tutti i guai del mondo” e onestamente penso che la biennale non debba essere il luogo dove informare le persone su quanto il mondo sia un posto fragile, ingiusto e violento. Capisco lo sforzo del curatore di raccontare la nostra epoca e la sua inquietudine attraverso l’arte, ma ha forse tralasciato un aspetto importante: quello di rendere la visita della biennale un momento anche piacevole tra i cui scopi vi è quello di avvicinare le persone attraverso l’arte.

Le opere che mi hanno colpito di più si trovano entrambe all’Arsenale e sono: i dipinti su alluminio dell’artista newyorkese Gedi Sibony, e sicuramente l’istallazione video dell’artista turco Kutluğ Ataman intotolata “The portrait of Sakip Sabanci” che rappresenta, attraverso decine di migliaia di foto-tessere proiettate su schermi LCD, tutte le persone che sono state sostenute o hanno lavorato con l’uomo d’affari turco Mr. Sakip Sabanci.

 LAA156139 Database_Libri 280 383 300 3307 4527 CMYK
chromatics algorithms-fedro, 50x70cm, stampa a pigmenti su carta,2015 (idem up)
light
the forgottens-nichi, 20x30cm, electrografia stampa su carta, 2014
the forgottens-maurizio, 20x30cm, electrografia stampa su carta, 2014the forgottens-maurizio, 20x30cm, electrografia stampa su carta, 2014

seguono tre foto di A.Balletti dalla mostra: #nuovicodici – Palazzo Stanga Trecco / Cremona, venerdì 28 agosto 
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